Il mio ideale sarebbe alzarmi la mattina, con calma; prepararmi il caffè. Con calma. Tornare su, lavarmi i denti e mettermi la crema sul viso. Piano piano. Poi scendere di nuovo. E scrivere, poi suonare un bel po’, magari Beethoven, e poi a caso quello che capita. Poi preparare un pasto frugale ma buono. Già. Ma bisogna rassettare la casa, un minimo; qualche pulizia qua e là; e poi manca il pane; e già che ci siamo qualcos’altro… Ed ecco che mi ritrovo a tavola, come niente. Rimando al pomeriggio, ma poi il corriere suona al citofono, e l’ordine è sbagliato, e la telefonata ad Amazon, ce la facciamo tanto lunga per un pelapatate… la sera poi, una mezz’oretta a ripulire il Carillon, non so come faccio a resistere, i Certosini in confronto a me erano dei nevrotici… e il quiz serale, ci sono abituata. E la cena. E la tv. E il letto, addormentandomi tardi e svegliandomi presto. E si ricomincia: così quando va bene, sennò anche peggio. Allora mi manca quella melanconia che ti prende quando ti soffermi a pensare, quella dolce nostalgia del passato che mi faceva prendere un foglio e scrivere scrivere, magari poesie.

Invece oggi, a sorpresa, si è accesa di nuovo la fiamma: c’è voluta la musica, e un ricordo lontano. Mentre preparavo la minestra di lenticchie patate carote sedano e un pomodoro secco. Ah, anche la cipolla. La tv accesa così, per compagnia, sui “Fatti vostri”: oroscopo, battute, giochetti, storie di vita, e poi il pezzo per l’orchestrina. Non la guardo mai, questa trasmissione, piuttosto vado su rainews 24, o su rai5… ma oggi si vede che avevo un appuntamento. Con Califano: sì, il Califfo. Da giovane era una bellezza, con quel viso maschio e quel sorriso bianco e ammiccante e quell’aria vissuta; ma ultimamente era proprio un’altra persona: dai modi pesanti, il fisico trascurato, un vero “burino”. Oggi mi hanno fatto ricordare che le più belle canzoni degli ultimi anni le ha fatte lui: allora tutto si trasfigura, non importa l’involucro che ci veste quando l’anima si mostra in tutto il suo splendore.

Mi sono seduta, con il grembiule e il mestolo in mano, e le lacrime agli occhi: “La nevicata del ’56”…

Io c’ero. E me lo ricordo. Avevo otto anni: mia madre sarebbe andata al lavoro alla Piaggio anche sotto le bombe, figuriamoci se non mi accompagnava a scuola solo per un “po’ di neve”! Ci andavo dentro fino al ginocchio, gli ombrelli controvento, davanti al viso: “Mammina, non riesco a respirare!” (lo sapete che controvento in mezzo alla tormenta non si respira?) “Girati indietro, così respiri!” e si girava anche lei. Non tutti erano “tosti” come mia madre: infatti a scuola eravamo in due o tre.

La neve allora era un avvenimento allora, si vedeva una volta ogni tanto, anzi, a Pontedera nebbia tanta e sempre, ma neve… le gite all’Abetone con gli sci di legno prestati da mio cugino di là da venire, otto anni dopo, e la giacca a vento me l’aveva fatta la nonna (ce l’ho ancora!!); sotto i pantaloni poi le mutande lunghe e le calze di lana.

Ma di quella volta io l’odore della tormenta me lo ricordo ancora, ce l’ho nel naso, se ci penso.

È quello che ricordavo, è quello che risentivo, con il mestolo in mano e le lacrime che mi bagnavano il viso.

L’ho saputo molti anni dopo, che quella era “la nevicata del ’56”.

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