Messaggio per chiunque abbia avuto l’idea, la forza e a volte anche il coraggio, di scrivere un diario

archiviodiari.it

Nel 1978, dieci anni dopo la mia avv-disavv-fateunpo’voi-ventura in Vietnam, ormai lo sanno anche i muri, mi ritrovai fra le mani il diario di quei tre mesi così… diciamo… particolari. Con le lacrime che mi scendevano copiose nel leggerlo, decisi che “quella storia si doveva sapere”. Sic.
Seguirono anni passati a spedire il manoscritto (più precisamente dattiloscritto) in ogni parte del globo, a parlare con editori (risposta: del Vietnam non ne vuol più sentir parlare nessuno”) e giornalisti di ogni razza lingua e religione. Solo un avvocato letterato di Roma, Giuliano Torrebruno, esclamò “questo sì che si deve pubblicare!” e si adoperò in tal senso, prima di tutto scrivendomi una prefazione che così bella non ne ho mai avute. Oggi è fra gli amici più cari. Ma ne dovevano passare di tempo e di storie… finché un giorno mi venne all’orecchio l’esistenza di un posto incantato, che un lungimirante e meraviglioso Saverio Tutino, giornalista di fama internazionale, aveva creato a Pieve Santo Stefano. Era l’Archivio Diaristico Italiano.
Oggi lì ci sono l’originale del mio diario, che altrimenti sarebbe andato perduto, e la copia battuta a macchina e rilegata con infinita pazienza da mia madre, allora impiegata alla Piaggio. E la favola è iniziata.

INCONTRI RAVVICINATI DEL TIPO MIO

(5 Settembre 2011)

C’è un paese, sull’Appennino Toscano, che quando ci arrivi ti accoglie così:

 

 

Ci arrivai senza grandi speranze, tutta sconsolata, dopo che per anni avevo combattuto per condividere con il resto del mondo l’esperienza di Ciòiòi. Ma nessuno l’aveva capito. Poi sentii dire di questo archivio dove si raccoglievano le memorie delle persone, gli epistolari, i diari… ci andai più per curiosità che per altro, e anche per togliermi l’ultimo dubbio; avevo con me il blocchetto sgualcito del mio diario, e la copia che mia madre aveva battuto a macchina in ufficio, facendo ridere tutti i colleghi della Piaggio e vergognare me ogni volta che ci pensavo. Avevo con me anche alcune stesure, dove avevo “rifatto” la storia per renderla più comprensibile… non ero ancora entrata nello spirito dell’Archivio.

Mi accolse un cordialissimo Saverio Tutino, me e un’altra ragazza che aveva preso la mia stessa decisione, e mi fece sentire subito a casa: ci chiese tante cose di noi, io ne chiesi tante anche a lui, sembravamo amici da una vita. Ma l’originale no, non lo volli mollare. Poi mi venne un’idea: “Te lo lascio se arrivo fra i primi del premio Pieve!” dissi a Tutino, che acconsentì, ora lo capisco che lo sapeva come sarebbe andata a finire…

Tornai a Pieve il giorno del Premio. E non arrivai prima, nemmeno seconda o terza. Sentendo però quelle storie importanti che ti pugnalavano direttamente al cuore, quelle vite difficili, altro che tre miseri mesi in Vietnam… mi sentii un verme; le lacrime agli occhi, raggiunsi Saverio Tutino, circondato dai giornalisti, e riuscii a dirgli che il mio diario glielo lasciavo lo stesso: mi abbracciò commosso.

Consegnai subito il blocchetto, prima di cambiare idea, nelle mani di Loretta… beh, ora Loretta è come una sorella, Saverio come un padre, e a Pieve c’è casa mia.

Dopo tanti tanti anni… beh, ripensandoci sono tredici, sono tornata a Pieve, per la finale del Premio, anzi mi sono permessa il lusso di pernottarci, con mio marito, e di partecipare a mezzo cantiere autobiografico, tanto per gradire, in un momento molto importante della mia vita, quello in cui sono tornata a vivere in Toscana, a casa mia, guarda un po’ la combinazione, dopo trent’anni di Sardegna. Arrivata a Pieve, si sono aperte le porte dell’astronave e sono scesi tutti quegli extraterrestri alla cui razza hai sempre sospettato di appartenere, e che non sapevi dove si fossero cacciati: si ritrovano tutti lì, ogni anno, nella prima decade di settembre. Le strade si riempiono di diaristi, e basta rivolger loro la parola per sentire tante storie e raccontare la tua. Con chiunque, a chiunque. C’è quella che la nonna era stata mandata a Shangai alla fine dell’800 per dirigere una filanda, l’altra che ha riempito il diario di disegni meravigliosi, il ragazzo che è uscito dalla droga, un ebreo italiano che vive in Israele, la maestra che ha fatto un libro con i suoi scolari…. insomma, alieni, tutti alieni! Dal mondo dove tutti fanno finta di essere normali, dove non si comunica al di là della superficie, dove le parole sono pesanti da sollevare e dove tacendo non si sbaglia mai.

Ho fatto foto, forse per ricordarmi, poi, che non è stato un sogno. Ed ho preso tanti libri che ora, a casa, mi sto divorando. Volete sapere quali?

· Gnanca na busia – diario scritto su un lenzuolo da Clelia Marchi

· Appunti di guerra – di Vauro, dall’Afghanistan;

· Kangaroos crossing – di Ursula Galli

· Si ferma una bomba in volo? – di Marinella Correggia, d Baghdad

· I quaderni di Luisa – diario di una resistenza casalinga…

Siamo tornati a casa domenica sera, in tempo per non sentire il terremoto; la macchina volava come un UFO, per sentirsi “in tema”. Ancora oggi ho quel certo che, dentro, se ci penso. E sono felicissima di far parte di quella razza. Al prossimo anno, Pieve.

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